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Valentina De Laurentiis: “Io nuovo presidente? Sarebbe un onore ma il pilastro del Napoli si chiama Aurelio De Laurentiis…”

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Valentina De Laurentiis, executive board member della SSC Napoli, ha rilasciato una lunga intervista a La Gazzetta dello Sport:

Quando Valentina De Laurentiis e il Napoli s’incontrarono?  “Al San Paolo misi piede per la prima volta nel 1994, con amiche che mi trascinarono da Capri, dove eravamo in vacanza”. 

E però, nella triste primavera del 2020, riscoppia l’idillio.  “Erano le terribili ore del Covid, nelle quali ebbi modo di riscoprire il piacere della famiglia, quella sensazione che ti dà stare tutti assieme, colazione-pranzo-cena. Ma eravamo in un inferno, l’essere umano e la sua condizione sottosopra e a rischio…”. 

La chiama suo padre dal piano superiore…  “E mi dice: ti devo parlare. Ero appena laureata in psicologia, neo-mamma di Auro, che si univa a John, quindi due figli da seguire. E papà mi fa: ho appena chiuso con Robe di Kappa e ho bisogno di te. Auto-produciamoci le maglie. A chiunque, del club, sembrò una scelta assurda ma io e lui assieme veniamo considerati amabilmente i due pazzi. E ci siamo avventurati in questo universo”. 

Gli effetti non si svelano, immaginiamo, ma diciamo che aver venduto 700mila maglie rappresenta un valore quadruplicato rispetto al passato.  “Siamo stati coraggiosi, ci siamo tuffati in un mare magnum tempestoso, l’abbiamo attraversato con grandi bracciate: non è facile attrezzarsi tra il Bangladesh, la Cina, la Turchia e chiaramente l’Italia. E affrontare i dazi ma anche avere collegamenti internazionali in un settore che non ci apparteneva. Papà è un manager davvero straordinario, il visionario che viene raccontato ma anche di più, però quello era un pianeta nuovo per lui e figurarsi per me”. 

Una “vitaccia” la sua tra il babbo, due fratelli, il suo compagno Antonio Sinicropi — braccio destro di Manna — e due figli. Meno male che c’è la signora Jacqueline, sua mamma.  “Che puntualmente, quando si parla di calcio, e succede sistematicamente, si defila, lasciandomi nel mischione. Dove, confesso, ci sto bene: io sono la “selvaggia” di casa, anticonformista che potrebbe uscire anche in ciabatte”. 

Non si direbbe: il Napoli, nel suo abbigliamento, ha un’eleganza raffinata.  “La fusione con le idee di EA7 ha creato una linea che varia e continua a conquistare. Papà chiamò immediatamente Armani, quando volle inseguire questa nuova via, e devo dire che ci ha visto giusto. Io ci metto del mio, ma con la riservatezza e l’umiltà che mi appartengono: sono timida, anche se mi sto sciogliendo, non so travestirmi da impostora, non è nelle mie corde”. 

Ma, raccontano le pareti di Castel Volturno, donna di carattere.  “Sennò come fai a resistere tra sei “masculi”? E comunque, io a mio padre è difficile dica di no, gli devo riconoscere una leadership manageriale di rilievo, sia nel cinema che nel calcio”. 

Il brand Napoli è “eventi” oramai…  “Siamo un gruppo di dieci persone, non conosciamo orari e neanche la pigrizia mentale. Napoli è identità storico-culturale, un patrimonio umanitario in cui esiste il calcio come sovrastruttura trasversale che ha pochi paragoni. Dire che sia un’emozione può sembrare retorica e invece costituisce la sintesi della verità. La sfilata del secondo scudetto è stata struggente, un’immagine potente veicolata in ogni continente. Dietro una maglia deve esserci per forza il richiamo per questa città straordinariamente bella e ricca di energia, di talenti”. 

La prossima missione?  “Se non ci fa il titolo sensazionalistico, conquistare il mondo, commercialmente dico. I dati ci dicono che in Campania abbiamo avuto riscontri oggettivamente imponenti: che in Italia le risposte sono state notevoli; che in Europa possiamo ritenerci soddisfatti ma adesso bisogna andare oltre e per farlo è necessario produrre in hub esterni”. 

Scelga una frase che le si addica.  “Io non ho paura. E potrei aggiungere: io ho istinto. Ho trovato tardi la mia identità ma ci sono riuscita e non è scontato che sia quella definitiva. Papà è stato il modello di riferimento; Antonio, il mio compagno, mi ha cambiato, spiegandomi il mio ruolo con una frase: guarda che tutto quello è anche tuo. E i figli rappresentano la totalità del sentimento. Ma sono pronta ai cambiamenti professionali”. 

Potremmo chiamarla presidente, un giorno?  “Se mai dovesse succedere, sarebbe un onore che richiederebbe impegno. Il pilastro del Napoli si chiama Aurelio De Laurentiis, che sogna uno stadio nuovo e sempre azzurro, come lo è ormai da anni e anni. I successi producono simpatia, aiutano a non essere “incazzati” come può capitare quotidianamente, e noi vogliamo regalare gioia. La storia racconta con i due scudetti e l’esemplare conduzione finanziaria di cosa sia stato capace Adl”.

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